Uomo delle Nevi vive su un albero vicino al mare, avvolto in un lenzuolo sporco. Non sa che ore sono, nessuno lo sa più. Cerca cibo e medicine nelle terre desolate e infestate da ibridi di animali. Fruga fra i resti e rimugina sulle scelte che hanno portato la Terra al tracollo, in nome di una scienza onnipotente. Si abbandona al ricordo di Oryx, donna enigmatica e quieta, e al rancore per l’amico Crake, responsabile del disastro. Le loro esistenze si erano intrecciate nel più classico, e tragico, dei triangoli.
Uomo delle Nevi cerca una spiegazione, per sé e per i «figli di Crake», unica forma di vita intelligente sopravvissuta sulla Terra, frutto esemplare dell’ingegneria genetica. Sono tante le cose che vogliono capire, ignari come sono dell’insensatezza degli uomini.
Come hanno dimostrato Orwell, Huxley, Vonnegut e la stessa Atwood (nel Racconto dell’ancella), la rappresentazione letteraria di un’utopia fallita può aprirci gli occhi più di innumerevoli verità sullo stato del pianeta. Quello dell’Ultimo degli uomini è un mondo che potrebbe essere a pochi anni, a poche folli decisioni di distanza da quello in cui viviamo. |
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Ad un certo punto è arrivato anche il momento di leggere la Atwood. Ma ho preferito non partire da Il Racconto dell'Ancella, che è il suo romanzo più conosciuto sostanzialmente per la serie TV che ne è stata tratta, ma ho deciso di incominciare da questo L'Ultimo degli Uomini, primo di un trittico (non una trilogia) chiamato MaddAddam.
Incomincio col dire che la Atwood scrive davvero estremamente bene, e questa è la ragione sostanziale del mio voto su Goodreads (4* su 5), un linguaggio estremamente scorrevole e fortemente emotivo, una capacità di far "sentire" le emozioni davvero notevole.
L'ambientazione è sicuramente accurata, anche se non se ne ha mai una vera descrizione completa, si deve ricostruire dalle singole visioni parziali dei vari punti di vista che si alternano nel racconto.
E qui appare il principale punto debole del romanzo, che mi ha impedito di dare un giudizio massimo e che mi ha fatto fortemente pensare di scendere di una stella rispetto a quello che poi alla fine ho dato.
L'ambientazione è una realtà futura, e non tanto futura, che vede il crollo della civiltà come l'intendiamo ora non per qualche causa specifica, ma per un semplice collasso interno. E questa è una ipotesi buono come un'altra, con la prosa ricca della Atwood che ci fa vedere, attraverso gli occhi dei vari personaggi, il degrado continuo della società "normale" e il tentativo di isolarsi mantenendo la gran parte dei privilegi da parte delle classi dominanti.
Solo che quello che è estremamente ben descritto sono le emozioni e i problemi dei singoli, ma delle reali cause del crollo civile non si sa niente, se non poche idee buttate lì da qualcuno degli interpreti. Quindi un romanzo che è quasi totalmente dedicato alle sensazioni e alla psicologia dei vari personaggi, e nemmeno completamente esplicitati, perché le reali motivazioni di Crake rimangono del tutto ignote, con infinite possibili ipotesi di spiegazione, e anche Oryx, nonostante le tante pagine dedicate a lei, alla fine rimane una completa sconosciuta nelle sue vere motivazioni.
Quindi un romanzo in cui predominano le emozioni, del protagonista, con qualche illustrazione di quelle di qualche personaggio di supporto, e in cui l'ambientazione è semplicemente vissuta, con qualche intermezzo esplicativo, ma senza una chiara esposizione non solo della sua complessità, ma nemmeno delle cause del crollo sociale.
Dal mio particolare punto di vista, questi personaggi, i loro traumi e le emozioni che ne derivano, potevano essere inseriti in qualunque altra ambientazione senza sostanziali modifiche. I problemi dei rapporti umani e le relative emozioni sono largamente indipendenti dalla situazione sociale in cui sono immersi.
Ma è la situazione sociale, la sua dinamica, le cause dei suoi svilupi, che interessano un lettore di fantascienza... che poi ovviamente vuole vederci anche personaggi reali che hanno reazioni coerenti con la realtà e la loro psicologia, ma che non possono essere il problema principale, altrimenti non si capisce la necessità di ambientarli in una realtà diversa da quella di oggi.
Inoltre è un romanzo in cui predomina una visione pessimistica del nostro futuro, cosa del tutto lecita, ma così profondamente pessimista e senza speranza alcuna da lasciare davvero senza quasi capacità di commento.
Probabilmente questa mia reazione spiega anche la resistenza della Atwood a considerare fantascienza le sue opere, e spiega sicuramente perché io abbia apprezzato questo romanzo ma non lo inserisca nei "consigli di lettura", e dovrà passare del tempo prima che affronti gli altri del "trittico".
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